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Le virtù teramane: antica preparazione per l’arrivo della primavera

venerdì, 28 aprile 2017 / Pubblicato in News

In questi giorni, insieme agli allievi del corso professionale per chef, stiamo trattando il tema delle cucine regionali d’Italia: un vero e proprio viaggio gastronomico dal Nord al Sud Italia, con un particolare approfondimento sulle tradizioni della nostra regione, l’Abruzzo. E, in questo periodo dell’anno, non potevamo non trattare una tipica preparazione, proveniente addirittura da antichi riti propiziatori e pagani: Le Virtù Teramane, preparate tradizionalmente a Teramo e provincia il 1° Maggio.

Si narra sia un piatto connesso all’arrivo della primavera e alla fine dell’inverno, quando le massaie erano solite ripulire le dispense da tutti avanzi di legumi secchi: il risultato finale era tanto migliore quanto meglio esse fossero riuscite a gestire la dispensa invernale, in attesa dei nuovi prodotti stagionali. E, per la cronaca, le carestie cadevano generalmente proprio al mese di maggio, periodo in cui terminavano le scorte invernali e ci si preparava a ricevere i nuovi prodotti della terra.

Come si diceva, le origini delle Virtù sono antichissime: forse addirittura risalenti all’antica Grecia, quando veniva preparata la Panspermia, pietanza fatta di semenze, simbolo di buon auspicio e prosperità. E questo retaggio è ancora ben presente nella pietanza attuale, composta da ben 50 materie prime, tra legumi secchi, verdure novelle ed erbe aromatiche. Vediamole in dettaglio:

  • 7 legumi secchi della provvista invernale: lenticchie, fagioli di più varietà e cicerchia;
  • 7 primizie primaverili: cipollotto, carciofi, indivia e borragine;
  • 7 legumi freschi: fave e piselli in abbondanza;
  • 7 condimenti: olio, sale e pepe, peperoncino e pecorino;
  • 7 carni: prosciutto crudo (quel che resta della carne intorno all’osso), cotiche, piedi e orecchie di maiale, e le famose polpettine di macinato magro;
  • 7 paste: lunga, corta, fresca e all’uovo, di tutte le forme e dimensioni;
  • 7 cicchi di riso, di buona auspicio.

E la cottura? Ovviamente lenta, di almeno sette ore.

Data la complessità della ricetta, ogni famiglia conserva gelosamente la sua, che compone il variegato racconto della storia di un territorio e delle sue genti. Le virtù stanno a simboleggiare anche un momento di convivialità e coralità di intere famiglie riunite intorno ad un pentolone contenente l’elaborata pietanza.

Ora non vi resta che correre in Abruzzo ad assaggiarla.

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